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  • Elisa Corallo

Storia della cultura del cioccolato... in tazza!

Aggiornamento: 5 ago 2021

Oggi possiamo scegliere se consumare il cioccolato in forma di solidi cubetti o di bevanda cremosa, ma in origine non esistevano alternative: il “cioccolato” nasce in tazza… ed era molto diverso da come lo gustiamo noi oggi.

Ma come si sviluppa la cultura del cioccolato che tuttora permane?


Jean Baptiste Charpentier le Vieux, "La Famille du duc de Penthièvre en 1768" o "La Tasse de Chocolat"
Jean Baptiste Charpentier le Vieux, "La Famille du duc de Penthièvre en 1768" o "La Tasse de Chocolat"

Originariamente il cacao era consumato dalle civiltà precolombiane in forma di infusione nell’acqua, che si travasava poi più volte da un recipiente all’altro per ottenere una caratteristica schiuma sulla superficie… un po’ come si usa fare col tè in alcuni paesi africani o mediorientali.

La bevanda al cacao poteva essere realizzata aggiungendo degli addensanti (ad esempio farine) ed era spesso aromatizzata con delle spezie quali pepe e peperoncino ma non zuccherata.


Il nuovo prodotto arrivò in Europa solo dopo la scoperta dell’America, grazie alle importazioni spagnole.

Furono i monaci spagnoli, depositari già di una lunga tradizione in materia di infusi, i primi ad adottare la nuova bevanda e ad apportare le modifiche che la avvicinano al prodotto odierno: tolsero le “aggressive” spezie americane ed aggiunsero invece zucchero e vaniglia.


Sempre gli Spagnoli inventarono poi il molinillo, bastoncino che si sfregava fra le mani per agitare la bevanda come un rudimentale frullino, in modo da incorporare aria e creare la famosa schiuma.

Ora, concedetemi una piccola digressione lessicale: cacao e cioccolato oggi hanno significati ben distinti, essendo il cioccolato un derivato del cacao (come spiego in un precedente post, si tratta di pasta di cacao più zucchero, nella sua configurazione più semplice, cioè cioccolato fondente).

Questa distinzione, basata sulla nozione di ingredienti aggiunti e prodotto derivato, all’epoca non esisteva, c’era solo la bevanda al cacao.

Pare infatti che nella lingua maya cacahu o chocol fossero sinonimi, mentre per gli Aztechi il chocolati fosse una bevanda a base di cacahualt (cacao).

La fonte (wikipedia) sostiene che la scelta di usare il termine cioccolato piuttosto che cacao sia derivata all’assonanza molto poco elegante della parola cacao con caca… ed essendo l’italiano e lo spagnolo lingue di comune derivazione, potrete capire, senza che io aggiunga altro, l’imbarazzo che si sarebbe provato ad offrire al reale di turno una bevanda a base di questo nuovo e particolare ingrediente (che oltretutto si caratterizza per il suo colore marrone).

Su questo punto non ho svolto approfondite ricerche ma mi sembrava abbastanza verosimile da riportarlo (e poi una risata fa sempre bene).


Il cioccolato in tazza entra quindi prima nella corte spagnola, per poi arrivare in Francia con l’Infanta di Spagna, Anna d’Austria, che sposa Luigi XIII nel 1615.

Come Caterina de' Medici prima di lei, anche Anna porta con sé un suo seguito (fra cui le dame di corte) e le sue abitudini culturali, in particolare quella di bere il cioccolato in tazza.

L’usanza rimane all’inizio limitata alla cerchia ristretta delle dame spagnole, ma presto conquista anche il cardinale Richelieu (che la considera salutare e corroborante) e, dopo la morte del re nel 1643, si diffonde in tutta la corte francese.


Il resto è storia: il cioccolato conosce un grande successo, che attraversa il regno di tutti gli ultimi re dell’Ancien Régime.

Dapprima Luigi XIV, che non lo apprezza, perché “trompe la faim mais ne remplit pas l’estomac” (letteralmente “inganna la fame ma non riempie lo stomaco) e cerca di regolarne il consumo a corte, mentre pare che la moglie Maria-Teresa ne bevesse intere tazze di nascosto.

Si passa poi a Luigi XV, che ama prepararlo personalmente per se e per il suo entourage (favorite in primis) e crea il titolo di Chocolatier du Roi.

Infine Luigi XVI e Maria Antonietta, la quale ha ovviamente un suo addetto personale, che farà insignire del titolo di Chocolatier de la Reine.


Ora, perché è interessante raccontare questa storia? Perché è qui che affondano le radici del cioccolato in senso culturale.

Il cioccolato diventa un pezzo del costume dell’epoca, con tutta una serie di significati e assortito di un preciso cerimoniale… ed alcuni di questi elementi sono sopravvissuti fino a noi, anche se il cioccolato ha cambiato ricette e forme.

Innanzitutto soffermiamoci sul rituale del cioccolato in tazza: un servizio ad hoc viene creato per questa bevanda. Il cioccolato si prepara nella chocolatière e si serve in tazze speciali, dette tremblantes.

La chocolatière ha una caratteristica forma panciuta e si caratterizza per il bastoncino che esce dal coperchio: è il famoso molinillo cui accennavo prima, necessario per emulsionare l’infusione e creare la sua caratteristica schiuma. La chocolatière settecentesca era poi assortita di piedini per permettere di posarla sopra al rechaud, un piccolo sistema di riscaldamento per preparare e tenere in caldo la bevanda.


In queste immagini potete ammirare come esempio la chocolatière del servizio che Luigi XV offrì alla moglie Maria Leczinska (copyright delle foto: © RMN / Jean-Gilles Berizzi).


Trembleuse (manifattura di Sèvres, seconda metà del 1700)
Tremblante (manifattura di Sèvres-seconda metà del 700)

Siccome era comunissimo per le dame consumare cioccolato durante la giornata, sedute nei salotti o in piedi per i corridoi, una speciale tazza fu inventata: la tremblante (letteralmente “tremolante”) era fatta per incastrarsi perfettamente nel suo piattino, impedendo così alla tazza di rovesciarsi e macchiare i voluminosi abiti delle dame.

E se il rituale di preparare e servire il cioccolato è diffuso nei salotti, ancora di più nelle camere da letto. Il cioccolato infatti, oltre ad essere un prodotto di moda a corte, simbolo di ricchezza, è anche associato a proprietà afrodisiache. L’associazione è talmente forte che l’invito del re a prendere una tazza di cioccolato era inequivocabile ed equivalente al più moderno invito a vedere la famosa “collezione di farfalle”.

(Io non ero a conoscenza di questo dettaglio e credo non mi sentirò più a mio agio a proporre di venire a bere una cioccolata calda da me :-D).

Solo alla fine del 700 si arriverà al primo cioccolato solido da degustazione, ma l’aspetto culturale di costume è già profondamente definito: il cioccolato è ormai considerato un prodotto di lusso e raffinatezza (a giusto titolo, vista la rarità ed il costo della materia prima) nonché un potente afrodisiaco.


Questi elementi permangono ancora oggi nel nostro substrato culturale, anche se fortemente ridimensionati.

Innanzitutto l’avanzamento tecnologico e l’industrializzazione della produzione hanno “democratizzato” il cioccolato, arrivando forse anche a banalizzarlo a volte (spesso ahimè ho sentito definire proprio “banale” la scatola di cioccolatini!).

Il cioccolato come prodotto prezioso però rimane ancora in alcuni canali, in particolare nell'artigianato e nelle produzioni di nicchia.


L’avanzamento scientifico ha poi permesso di sfatare anche il mito del cioccolato come afrodisiaco: il cioccolato contiene sì della feniletilamina (coinvolta nell’”ebbrezza dell’amore”) ma non in quantità sufficiente ad avere degli effetti reali, salvo al limite un po’ di effetto placebo.


Ecco quindi perché il cioccolatino è ancora oggi un articolo da regalo, da Natale a San Valentino, o semplicemente per coccolare (o coccolarsi) un po'.

Ma del cioccolato in tavoletta, e dei cioccolatini in particolare, vi parlerò in un prossimo post.


Se invece volete rimanere in tema di cioccolato e parole, andate a leggere il post sulle ambiguità fra chocolatier, chocolatière e... cioccolataio.

Per andare più lontano:

Altri documenti vari (sempre in francese):

https://plume-dhistoire.fr/lapparition-du-chocolat-a-la-cour-de-france/

https://www.pointdevue.fr/histoire/le-chocolat-une-gourmandise-royale_1180.html


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